Sacile: l’antico come futuro

In viaggio incontriamo luoghi e persone che, in particolari situazioni, ci riportano con la mente alla nostra terra d’origine, ai nostri luoghi di casa. Così è stato per me il tempo dei viaggi, anche oltre oceano, che mi ha fatto comprendere, ancora di più, la mia terra d’origine, quella friulana che Pier Paolo Pasolini indicava come un luogo arcaico, ancora contadino e protoindustriale in cui affiorano odori e visioni di antiche rimembranze fanciullesche: ”Il vecchio poetico accelerato [che] tocca così Sacile con la sua misteriosa Livenza”.

Scorcio sacilese (foto Davide Dario)

È come se il tempo, che misura lo spazio tra i luoghi che hanno significato qualcosa per ognuno di noi, ne preservasse, nelle sue pieghe più intime e genuine, il germe dell’origine, cioè di quando quei luoghi si sono a noi rivelati per la prima volta, ammaliandoci.

Uscendo dall’autostrada, passata Godega di Sant’Urbano il territorio si presenta come un ampio catino e la pianura friulana – “il primo Friuli è tutto pianura e cielo” – si anima di geometrie serrate tra linee frondose e volumi solitari. Si capisce allora di avere abbandonato la dolce marca trevigiana e di essere entrati in una terra generosa di risorgive e meandri d’acqua, di solide case rurali piantate su verdi campi coltivati e di solitari palazzi preurbani che, nei loro misurati linguaggi architettonici, anticipano lo stile severo e sobrio delle architetture del centro antico ancora perfettamente riconoscibile nel suo sinuoso impianto urbano medievale. La presenza costante della Livenza con le sue diramazioni e i suoi corsi d’acqua ha condizionato, mantenendo inalterato nel corso dei secoli, cioè senza sensibili modificazioni, la conformazione del sito originario e la morfologia della città di antica formazione.

(foto Denis Scarpante)

Sacile, di cui molti hanno scritto belle pagine di storia patria e di curiosità paesane (Italico Nono, Giuseppe Marchesini, Nino Roman solo per citare i più conosciuti) si racconta, ancora oggi, nelle eleganti linee architettoniche delle sue contrade. I preziosi fronti urbani reiterati nel loro particolare impianto tipologico, ne esprimono il segno distintivo: da una parte la sobrietà e la purezza di un linguaggio tipico della cultura friulana, dall’altra il gusto per un’eleganza quasi celata dei dettagli di chiara matrice veneziana.

Continuità urbana e discontinuità dell’architettura in questo luogo sono il sigillo di una semplicità costruttiva innervata sulla naturalità dei rami del fiume che rotea fluido lungo le rive, tra giardini pensili sull’acqua e case e palazzi costruiti al modo dei veneziani. Ma se in centro storico tale carattere particolare si connatura al corpo della città esprimendo la qualità dello spazio urbano, di più difficile e in qualche modo deprimente lettura, purtroppo, è il territorio urbanizzato circostante.

Lasciandosi alle spalle la forma urbis delle insule urbane che costituiscono il nucleo centrale del paese, se ci si allontana lungo le due direttrici est-ovest della strada statale Pontebbana, oltre i limiti di quella che fu l’antica cinta muraria, appare il segno della modernità e si comprende come la città abbia rinunciato a trarre dalla memoria storica giovamento. Diciamo pure che la perdita di memoria ha prodotto, a partire dalla seconda metà del secolo decimonono, l’impoverimento del territorio e la frammentazione degli interventi che non hanno saputo dare forma e finitezza, in senso figurativo, a tutta la città nella sua dimensione territoriale.

Scorci di Sacile lungo il Livenza (foto Daniel Sgorlon)

In altre parole, lo sviluppo urbano da un lato non ha saputo cogliere il messaggio della città antica, scegliendo piuttosto di interrompere quel sottile rapporto che legava la realtà insediativa all’immagine del suo territorio; dall’altro alcuni capisaldi della città considerati avamposti urbani del centro storico – penso per esempio all’antico convento dell’Ordine delle Domenicane ed ex Distretto militare, ovvero a tutta l’area delle caserme in corso di dismissione ormai da parecchi anni – sono rimasti completamente dimenticati e abbandonati a una fine miserevole, ancora oggi in attesa di un recupero urbano ed edilizio.

Questa riflessione si rende necessaria per comprendere il valore dei luoghi che hanno determinato l’immagine della città, e l’importanza identitaria ma anche storica di alcune realtà di valore paesaggistico e architettonico che non hanno ancora trovato un ruolo urbano nello sviluppo contemporaneo della città stessa. Una sorta di naturalezza avvolge l’impianto urbano storico di Sacile che lo si può assimilare, per certi versi, al paesaggio lagunare veneziano, perché la città è così connaturata al suolo che anche le case costruite sulla Livenza esprimono un senso di appartenenza e ne inverano la natura del luogo.

Si è sempre percepita a Sacile questa vocazione, particolarmente friulana, di essere “città ponte”, crocevia di storia, di mercati e di genti, facile destino per le terre friulane della bassa, continuamente attraversate nei secoli da eserciti e da pellegrini, taluni diretti in Terrasanta. Per le terre fluviali sacilesi ha influito, a mio avviso, non solo la collocazione geografica di terra di confine tra Veneto e Friuli, lungamente contesa tra il Patriarcato di Aquileia e la Serenissima, ma ancor di più le origini, i caratteri di fondazione e di sviluppo economico e sociale preurbano.

Se la si guarda con il filtro della storia, affiora il ritratto di una città viva fatta di antichi opifici grazie alle risorgive (filande, molini e officine), di case fondaco, di serrate contrade e porti fluviali, di ricoveri conventuali e di primi ospitali: a questo proposito Italico Nono nel suo libro Sacile e le castella del Livenza edito nel 1922 ci ricorda che oltre all’ospitale annesso alla chiesa di San Gregorio, ne esistevano almeno altri due, a San Leonardo del Camòl e pare ce ne fosse uno anche a Sant’Odorico.

Scorci sacilesi (foto Denis Scarpante)

Una città viva, in osmosi con il suo carattere fluviale e il sistema orografico e paesaggistico, posta tra il Palù e le Grave, con le sue campagne coltivate e la sua forma urbis scandita da insule urbane, protetta da torri e servita da piazze mercatali (l’attuale Piazza del Popolo nel XIII secolo veniva chiamata platea portus Sacili), una città sapientemente misurata e proporzionata nei suoi palazzi e nelle sue chiese più antiche, nelle case su strada e nei loro giardini pensili che si prolungano fino all’acqua.

Ma tutto ciò non deve rimanere solo ricordo e memoria collettiva – un Amarcord felliniano – dovrebbe piuttosto promuovere una ricerca mirata al ripristino urbano esteso a tutta la città-territorio, che si misuri con l’origine e il pensiero che ha dato vita alla città-isola.

Da qui potrebbe partire un’idea di Sacile, quel “paese di temporali e di primule” di cui Pier Paolo Pasolini ci ha lasciato alcune delle pagine più belle ed evocative:

“Chi parte da Venezia, dopo un viaggio di due ore (…) giunge al limite del Veneto e, per dissolvenza, entra nel Friuli. Il paesaggio non sembra mutare, ma se il viaggiatore è sottile, qualcosa annusa nell’aria. È cessata sulla Livenza la campagna dipinta da Palma il Vecchio e da Cima. Le montagne si sono scostate, a nord, e appiattite a colorare il cielo di un viola secco, con vene di ghiaioni e nero di boschi appena percettibile contro il gran velame; e il primo Friuli è tutto pianura e cielo. Poi si infittiscono le rogge, le file dei gelsi, i boschetti di sambuco (…)”.


Articolo di Armando Dal Fabbro
Dal numero monografico Sacile e la Livenza

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