Pellegrini e viaggiatori a Sacile

Una tradizione di accoglienza che si rinnova nel tempo

Nel corso del Medioevo e dell’età moderna un pellegrino friulano, desideroso di intraprendere il viaggio verso una delle peregrinationes maiores, disponeva di diversi itinerari.

Qualora avesse prescelto il pellegrinaggio verso Roma o Santiago de Compostela, compiuto per la maggior parte a piedi, oppure verso Gerusalemme, con imbarco per la Terrasanta a Venezia, uno degli itinerari maggiormente frequentati toccava Sacile.

Qui l’accoglienza era garantita, in primo luogo, dall’ospizio di San Giovanni del Tempio, gestito dall’ordine monastico-cavalleresco dei Giovanniti, e dalla struttura ospitaliera eretta dalla confraternita dei Battuti accanto alla chiesa di Santa Maria della Misericordia, più tardi intitolata a San Gregorio. Da Sacile, il nostro viaggiatore sarebbe ripartito alla volta di Conegliano e Treviso, dove le strade si diramavano: poteva proseguire per Venezia, dove imboccare la strada Romea e poi la via consolare Flaminia con meta Roma, oppure attraversare la pianura padana e, valicando le Alpi francesi, recarsi in Galizia con meta Santiago.

Riguardo a quest’ultima meta, giova sottolineare che, negli edifici sacri posizionati sulle vie percorse dai pellegrini, sono frequenti le raffigurazioni del Miracolo dell’impiccato: tra gli interventi taumaturgici di San Giacomo, si tratta di quello maggiormente diffuso, con un progressivo arricchimento di dettagli ed una consolidata tradizione iconografica che giunge sino al XVI secolo. Secondo la leggenda agiografica la figlia di un albergatore, viste respinte le avances che aveva rivolto ad un giovane, diretto con i genitori a Santiago, si vendicò accusandolo ingiustamente di un furto ed egli venne condannato all’impiccagione. Dopo l’esecuzione, il padre e la madre decisero di portare ugualmente a termine il pellegrinaggio; al ritorno sostarono presso il corpo del figlio, ancora sospeso, ed egli li consolò, affermando che San Giacomo lo aiutava. Riferendo immediatamente il miracoloso colloquio al sovrano e al giudice del luogo, che si apprestavano a pranzare, i genitori si sentirono scetticamente rispondere che l’impiccato era vivo come due polli arrostiti e appena serviti in tavola: all’istante, i due volatili si rianimarono.

Lungo un tracciato di una cinquantina di chilometri, tra Veneto orientale e Friuli occidentale, il soggetto è stato censito in sei occorrenze (da Osoppo a Udine, Spilimbergo, Arzenutto, Praturlone, fino a Bagnara di Gruaro), alle quali dobbiamo aggiungere un affresco realizzato nella chiesa di San Gregorio a Sacile, costruita come si è detto a fianco ad un ospizio per viandanti.

Affresco raffigurante San Giacomo e il Miracolo dell’impiccato (1519) nella chiesa di San Gregorio

Il dipinto reca nella parte inferiore l’eloquente iscrizione «p(…e)ditvm mee cvmpvst(…)r io(..) / bobvs fieri cvravit 1519»: oltre alla data di esecuzione dell’affresco, realizzato negli stessi anni in cui l’edificio sacro veniva totalmente riedificato, si evince la funzione di ex voto per il felice ritorno da Compostela del committente, il sacerdote e notaio sacilese Giovanni Pietro Brochetino a Bobus, sepolto ai piedi del dipinto.

L’episodio del Miracolo dell’impiccato si può dunque considerare una sorta di accompagnamento figurato per i pellegrini, che ritrovavano un soggetto familiare e rassicurante nelle tappe successive del proprio faticoso incedere.

Altra meta di pellegrinaggio era Bari, luogo devozionale di grande richiamo per le reliquie di San Nicola e tappa quasi obbligata per quanti da Nord si dirigevano a Gerusalemme.

Dopo la traslazione delle ossa del santo nella città pugliese, avvenuta nel 1087, il suo culto si era diffuso in tutta l’area adriatica e in prossimità di corsi d’acqua, data la protezione offerta da San Nicola a naviganti, pescatori e zattieri: superfluo ricordare che gli è dedicato altresì il duomo di Sacile, sorto in prossimità del Livenza.

Per raggiungere dal Friuli queste mete devozionali, la cosiddetta “via Regia” – direttrice che da Tarvisio, toccando Pontebba, Venzone, San Daniele, Spilimbergo e Sacile, conduceva a Conegliano e di qui a Treviso – fu per secoli tra le più praticate. A Tarvisio confluivano i viaggiatori provenienti da Ungheria, Boemia e Polonia; vi transitavano anche i viandanti austriaci, che in alternativa potevano valicare il Brennero o raggiungere la penisola italiana via Linz.

A partire dagli inizi del Seicento, la via Villach-Treviso, attraverso la cittadina sul Livenza, si affermò all’interno delle guide di viaggio utilizzate da coloro che raggiungevano la penisola per visitare Roma e altre città di interesse.

L’abside e il campanile di San Gregorio in un suggestivo scorcio invernale (foto Gandolfi)

Tale itinerario non era percorso solo dai pellegrini o per motivi commerciali: lo attestano numerosi resoconti di viaggio di laici e uomini di Chiesa, ambasciatori, poeti e avventurieri.

Circondato da un’aura leggendaria, il 28 agosto 1257 il minnesänger tedesco Ulrich von Liechtenstein giostrò a Scezìn (Sacile) con il conte di Gorizia, nel suo viaggio da Venezia al confine boemo compiuto in vesti di Venere.

Ampiamente documentato è invece il passaggio, sul finire del ’300 e agli inizi del ’400, del mercante fiorentino Bonaccorso di Neri Pitti, che percorse più volte la via di Padova, entrando in Frioli a Sisille (Sacile), per recarsi in Francia e Alemagna mosso da traffici e missioni diplomatiche. Nella stessa Sizille, nel 1426, si fermò una notte anche l’ambasciatore fiorentino Rinaldo degli Albizzi, diretto a Vienna per incontrare l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo.

Numerosi viaggiatori, in particolare inglesi e tedeschi, passarono per Sacile durante tutta l’età moderna, annotando curiosità relative alla cittadina.

Particolari dell’interno dell’ospedale dei Battuti (foto Gandolfi)

Continuavano con regolarità anche i transiti di pellegrini: il 26 febbraio 1625, ad esempio, un gruppo di Benedettini dell’abbazia di Sankt Paul in Carinzia, diretto a Roma, pernottava in una Sacile superaffollata, dove era giunto anche un vescovo polacco, forse quello di Cracovia.

Lo stesso archivio parrocchiale cittadino fornisce la riprova di questo flusso, che immaginiamo consistente soprattutto nei mesi più favorevoli agli spostamenti: nei registri settecenteschi è infatti annotata la morte di alcuni pellegrini boemi, di ritorno da Roma.

In direzione opposta, in misura minore e di risonanza limitata all’ambito locale, la via Treviso-Villach era percorsa parzialmente da quanti si recavano a visitare luoghi santi friulani, dalle tombe dei beati udinesi d’adozione Odorico di Pordenone e Bertrando di Saint-Geniès ai molti santuari, tra i quali ricordiamo Sant’Antonio di Gemona.

Una curiosità: nel 1775 un Breve papale concedeva alle monache domenicane di Sant’Antonio abate di Sacile «tutte quelle indulgenze che sono annesse alla visita de’ sette Altari della Basilica Vaticana», visitando dodici volte all’anno i sette altari della chiesa annessa al monastero. Era forse meta di pellegrinaggi locali, di cui si è persa memoria?

Dal centro storico di Gemona prende avvio il “Cammino di Sant’Antonio” che in undici tappe, toccando Sacile, conduce alla basilica del Santo di Padova

Oggi il turismo di carattere religioso conosce un rinnovato successo e l’emergenza pandemica ha intensificato la ricerca di località poco affollate e di itinerari nella natura: da qualche anno, Sacile costituisce una tappa del “Cammino di Sant’Antonio”, percorso di fede che da Gemona giunge alla basilica del Santo di Padova. E una delle proposte, nel piano di rigenerazione urbana dell’ex convento delle monache domenicane, è proprio la realizzazione di un ostello per pellegrini di passaggio, rinnovando così la vocazione all’ospitalità che, sin dal Medioevo, ha contraddistinto l’accogliente Sacile.


Articolo di Stefania Miotto
Dal numero monografico Sacile e la Livenza

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