Pomponio, artista e cittadino

Ci sono degli abbinamenti imprescindibili nella geografia della creatività umana: Dante-Firenze, Canaletto-Venezia, Fellini-Rimini solo per fare degli esempi… random in tre ambiti diversi. Parlando di arte, San Vito al Tagliamento fa coppia inevitabilmente con Pomponio Amalteo, artista di primo piano nel panorama del rinascimento friulano, a cui si sono interessati numerosi storici e critici dell’arte (tra gli studiosi contemporanei più competenti, vanno ricordati almeno Paolo Casadio, Giuseppe Bergamini e Caterina Furlan). 

Il suo legame con la città ai nostri occhi deriva ovviamente dalle opere che egli ha lasciato in zona, sia nel duomo cittadino che nelle chiese del territorio, ma soprattutto la decorazione del coro della chiesa di Santa Maria dei Battuti. Il lavoro lo impegnò per 11 anni, dal 1535 al 1546, durante i quali realizzò un progetto elegante ed articolato, con alcuni spunti originali, che hanno reso l’edificio sacro un prestigioso e affascinante punto di riferimento turistico. Il succo del lavoro sono le scene della vita di Maria, pescate come tradizione dai vangeli apocrifi, che culminano nella maestosa Assunzione della Vergine; ma sono numerosi anche i personaggi e le scene secondarie di ispirazione biblica, che fanno dell’opera uno scrigno di sapienza religiosa.

Già i contemporanei ebbero la consapevolezza che quell’opera era magnifica e che costituiva per la comunità un motivo di orgoglio, che ben si addiceva al ruolo “superiore” di San Vito, sede patriarcale, città murata, centro commerciale, luogo di arti e di cultura. Questa alta considerazione, fece sì che nascessero delle vere e proprie leggende, come quella che voleva che egli, ad appena dodici anni avesse eseguito la sua prima opera per il duomo cittadino.

La realtà invece è che Pomponio Amalteo era sì un bravo artista, ma anche e soprattutto una persona di mondo, molto abile negli affari e con una evidente capacità di gestire la sua immagine. In questo senso è modernissimo e, se vivesse oggi, probabilmente si troverebbe a suo agio tra… follower e like.

Nato a Motta di Livenza nel 1505, si trasferì a San Vito nel 1536, dopo essere entrato nell’orbita di Antonio de Sacchis e certamente dopo attenta riflessione: San Vito era abbastanza vicina a Pordenone, ma anche a una distanza di sicurezza tale da evitare di essere schiacciato dalla sovrapposizione col suocero. Ma era anche una delle città del patriarca, il che gli permetteva di rientrare (con proprio vantaggio) in quella rete di conoscenze e di favori reciproci che caratterizza le élite di ogni tempo. Il rapporto con la città, nato probabilmente per calcolo, ma maturato con il suo lavoro e gratificato dalla stima dei concittadini, lo portò a inserirsi attivamente nella vita della comunità, dove ricoprì anche incarichi pubblici. Significativo, poi, che fin dal 1541 si fosse preparato la sua tomba nella chiesa di San Lorenzo: già immaginava che a San Vito sarebbe stata tutta la sua vita. Soddisfazione per la sua condizione di prestigio o paura di aprirsi a nuove mete, evitando il confronto con i più quotati colleghi veneti e italici? Forse gli mancava quella carica che aveva invece contraddistinto suo suocero.

Di certo si trovò a dover gestire una relazione non semplice con il Pordenone, figura utile ma ingombrante (fu definito addirittura “scimmia del Pordenone”), tanto che lo affiancò più volte in vita e gli subentrò come erede morale dopo morte. Volente o nolente? Non sappiamo, ma noi ce lo figuriamo così: scafato quanto basta per approfittare della situazione, ma sotto sotto un po’ “rosicone”, un po’ vittima delle circostanze.

Il che non gli impedì di condurre una vita lunga e vivace. Specialmente in campo familiare. Si sposò ben cinque volte, rimanendo regolarmente vedovo. Nell’ordine: prima la nobile Orsina Sbroiavacca, poi Graziosa de Sacchis, la figlia del Pordenone; quindi Lucrezia Madrisio, figlia di uno speziale di Udine; la ricchissima veneziana Angiola (vedova Rizzo); infine, a 65 anni, la giovane udinese Nicolosa Agresta. Come si capisce, le scelte matrimoniali paiono abbastanza orientate all’utile personale. Ma qui rischiamo di scivolare nella maldicenza…


Articolo di Claudio Romanzin
Dal numero monografico San Vito al Tagliamento

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